sabato 17 dicembre 2011

Giorgio Linguaglossa
«Lingua delle maschere»
(o lingua delle nacchere?)



 Ci salveranno i dialetti (e i dialettali)? Tra le varie strade tentate per  uscire dalla crisi (per chi l'ammette; poi ci sono quelli che, anche nella palude, sognano cieli sublimi alla Tiepolo) quella del "ritorno al dialetto" o del "recupero dei dialetti" (o delle "radici") sembra attirare molti; ed avere una sua patina persino "politica": i dialetti  sarebbere un argine, una forma di resistenza, ai linguaggi  commercializzati e all'anglo-americano globalizzato.  I dialetti? Quelli che oggi affondano le loro radici in comunità sempre più "provvisorie"o "di plastica" o "elettronificate"? Come  non vedere che l'autenticità (dei dialetti, delle comunità, del "popolo", dello stesso "io borghese") è un'invenzione di una tradizione (Hobsbawm) a fini consolatori o politici (si lensi alle "piccole patrie" leghiste)? 
Lo scetticismo  di questa nota di Linguaglossa, al di là dei giudizi sui singoli poeti su cui qualcuno dissentirà, mi pare condivisibile. Troppa mitologia ( o ideologia pseudo-resistenziale o solo nostagica) pesa sulle operazioni condotte almeno dai dialettali "programmatici" (voglio salvare  quelli "spontanei" o naif )  La discussione sul tema non è nuova. Ritorna  di tanto in tanto; ed è sintomo della crisi che "ci lavora", più che l'indicazione del varco da cui uscirne.  Lo dice uno che il "suo" dialetto non l'ha dimenticato. Ma conservare una reliquia cara non  significa resuscitare un mondo perduto. E non si può solo conservare. Si deve cercare. Abbiamo da affrontare una "malattia delle lingue", che colpisce contemporaneamente lingua nazionale e dialetti. Non si sa per quale miracolo questi ultimi ne sarebbero immuni. Insomma, in tempi di "sacrifici" non ci si venga a dire che dobbiamo accontentarci dei dialetti - i "meno abbienti" - o della "sublime lingua borghese" letteraria (Fortini). Esodanti e contrabbandieri, continuiamo a cercare...[E.A.]


Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto a cura di Piero Marelli LietoColle 2011 pp. 270 € 18,00
(Ivan Crico, Anna Maria Farabbi, Renzo Favaron, Fabio Franzin, Francesco Gabellini, Vincenzo Mastropirro, Maurizio Noris, Alfredo Panetta, Edoardo Zuccato)

Mettere mano ad una antologia della poesia in dialetto significa preliminarmente fare i conti con alcune questioni di fondo, innanzitutto: dobbiamo credere veramente e ciecamente alla tesi zanzottiana del dialetto quale «lingua matria»? Quale linguaggio in grado di attingere una immediatezza più immediata di quanto sia possibile con la lingua maggiore? E che tale presunta immediatezza sia anche il precipitato di una autenticità altrimenti inattingibile? Dobbiamo credere che mediante il dialetto si possa raggiungere il porto sepolto del ritorno a casa? Che il dialetto permetta un rapporto «ingenuo», «inconsapevole» e magico con il «reale»? Dobbiamo ancora credere all’assioma della lingua irta ed asprigna di un Albino Pierro come quella vetta estetica irraggiungibile? Personalmente, ho dei dubbi: si tratta di una vulgata, di una mitologia che, come tutte le mitologie ha un inizio e una fine.
A tal fine citiamo le parole di una intervista di Zanzotto rilasciata a Renato Minore uscita in questi giorni per i tipi di Donzelli:*

Paolo Pezzaglia
Giunca giunchiglia


Vorrei che fosse “postato” questa mia poesia “giunca giunchiglia” - che in realtà parla di un tumble  weed – a commento del bell'articolo di Enzo Giarmoleo.
Grazie e statemi bene.



Vento di terra.

Un secco cespuglio
strappato alle radici.

Un vascello di paglia,
una giunca giunchiglia.

Ti porti al mare
il forte vento di terra.

Ormai sei paglia.

Anche il nome mio
via puoi portare.