sabato 31 dicembre 2011

Marcella Corsi
L'anima, dirne in poesia


non che non si possa ma ora come ora (ruberie
giochi perversi fiscali evasioni furberie) mi ruberebbe
quasi l’anima un bell’ all'anima de' li mortacci tua
(e de' tu' nonno)
e seguitando

sarei disposta a vendere l’anima al diavolo per poche
parole nette dirette precise che cercano e offrono
che non si fanno scudo né per sé strumento
che in danno anzi di sé siano capaci di dire e pre-
sentire (all'anima
delle parole
potrebbe dire l’autore

dei troppi versi dove si mostrano animelle pietose
del tutto o quasi di sé prese che non riescono a bucare)


Moltinpoesia
Dialetto terra del rimorso?

Sul dialetto in poesia oggi
Una discussione del 2009 con un inserto del 2004

Il dialetto - questa è la mia ipotesi - è forse la nostra terra del rimorso, come diceva Ernesto De Martino del mondo contadino che in Italia  verso gli anni Cinquanta si stava avviando alla sua apocalisse (quella indotta dalla modernizzazione industriale). Il post di Giorgio Linguaglossa «Lingua delle maschere» (o lingua delle nacchere?)[qui] ha riproposto la controversa questione della funzione del dialetto nella poesia contemporanea. Ed ha suscitato una vivace discussione. Segno che l’argomento  ha ancora risonanze profonde in quanti  sono legati al dialetto sia da questioni biografiche e storiche e sia da un investimento che potrebbe dirsi mitico. A riprova di quest’attenzione pubblico i documenti di precedenti riflessioni  del 2009 e del 2004. Le faccio precedere da questi due video trovati su You Tube.  Con le loro immagini  in b/n, pulite e drammatiche,  restituiscono una piccola sensazione dello spessore arcaico che si cela  in alcune  pieghe della nostra discussione oscillante tra  nostalgia e  realismo. [E.A.]