lunedì 2 aprile 2012

Annamaria De Pietro
Quindici poesie


Prosopopea di Orfeo (*)


Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.

Ma scendeva, e io scendevo a grado basso
sempre più al basso, alla casa indecente
dei senza sguardo, dei senza radice.
E tesi corda agli occhi, e lei riottenni,
occhi di vetro accecati ai millenni,
dei senza ascolto, dei senza dove.
E parlarono: non ti volterai
se non con danno e perdita –. Di fronte
e ovunque dritto a me di acqua che piove
io vidi al basso, giù, mentre pioveva
lo specchio nero dell’acqua cadente.
Il lago d’acqua dritta fu Euridice –
e per non più vederla io mi voltai.
Forse una vela, o un albero di altrove,
o la sua stessa veste alba e ponente
rapì girando la forma felice,
forse il pilone umido del ponte.

La stella mi spezza le mani calando le spranghe
i rocchetti dei raggi di ferro voraci valanghe
io batto alle porte di Hamelin pugni di sangue
io stanco insistendo le scolte che sognano stanche.
Buttateli dentro la terra questi vostri bambini
io poi ci provo suonando a portarveli indietro.
Ho infilato gli anelli d’argento su tutte le dita
che fanno dei suoni alle corde, che sono argentini –
e la polvere entra nei sandali, e la sabbia di vetro.
Io suono la musica e ditemi quando è finita.


(*) Da Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002.





Prosopopea di Atteone (*)


Riferirò quel poco che conosco.
Cinquanta cani avventavo alla lassa
del comando obbedito in grande bosco
che trapassava l’ombra di passaggio.
Per fiume in stanca veleggiava bassa
lei, capitana a tutta la sua flotta
di cinquanta fiammelle a scaglia a raggio.
Io la guardai solo perché era bella,
e scivolava via senza le vesti
liscia ed intera come alba di maggio.
A lungo la guardai, doppiando il viaggio
di quella e le compagne lungo il bordo
del fiume che viaggiava dentro il fosco.
E me seguiva la muta fedele
dei cinquanta levrieri aspri alla lotta,
caldi nella mia mano, e al passo questi,
volto il muso di scatto, a un tratto quella
guardarono, e in follia mutò il coraggio
quella muta infuriante di candele.
Questa è l’ultima cosa che ricordo.


(*) Op. cit.





Prosopopea di Euridice (*)


A volte sento un suono – ma non sembra
niente che sembri questa o quella cosa.
Io fui colei che della verde rosa
colse solo la spina, e che la scala
toccando con la mano al fianco al basso
passo passo discese, e che alle membra
svestite rivestì vesti di gala.
Perché riuscii alle luci di una sala
mai vista e vidi, e riposai sentendo
solo un lieve dolore alla caviglia,
tale che mentre duole già non duole,
tale che duole ma non lo ricordo.
L’aria era bianca come garza rada.
Questo solo ricordo, che al contrario
di quell’esatto corridoio una notte
– credo fosse una notte – un flusso orrendo
indietro mi avviò, e per quella strada
due che non so, uno accanto, uno avanti,
mi accendevano un vento, un succhio sordo
che scompigliava le vesti – la mano,
le spalle di quell’uno, e di quell’altro,
dentro il braccio, negli occhi, come fiala
nel sangue, come quando non dirada
la pioggia avanti a un qualunque tuo passo
sentivo io, come sente la briglia,
forse, cavallo che in prato alle sue frotte
via derivò l’ammaestratore, a bada.
Pensai la spina che brucia e riposa,
e a nessun altro frutto rassomiglia,
la nobilissima ultima figlia
della treccia di terra, delle lotte
che vince il buio contro il chiaro nel bordo.
La guardai fondamente, consentendo
al suo sottile intervallo che smembra
al giunto esatto il cerchio, nel divario.
La guardai tanto che svoltò lontano,
la terza volta rivoltata in salto
– come sguardo allo specchio che lo inghiotte –
la strada contro, il suono delle suole.


(*) Op. cit.





I giorni (*)


A te rovinosa propaggine di smaniose lentezze
che tuttavia vivi le ripetute minute morti longeve
confido e affido la suddivisione ostinata dei tempi,
i corrucci distribuiti, le taciute querele
di caccia lunga a parvenze svanienti, a certezze
in chiusura di cerchio e lucchetto acceso contraddette
fra sorrisi in concessione breve, e riproposti esempi
di alcuna preda tremante una volta; un cucchiaio di miele
filava fra due blocchi di scuro un'occasione breve,
si rallegrava un istante nel vetro di riflesse vendette.
Oggi come altri giorni ha ieri e domani il calendario
cucito al suo simile già consegnato alla carta e al cartone,
con i cerchi sui numeri, a segnare tropi e attenzione -
che poi fra giorni molti legherà fine e anniversario
a nuovo altro non ancora oggi in composizione
là dove disegnano e scrivono l'assidua sequenza,
perché oggi è presto ancora, è in ostaggio alla pania di ieri.
Così a bande, a indugi e ritmi attacca e stacca il ritorno
fiore sorgente alle ramose repliche, agl'interi
settori sperduti in fila rotta della terraferma di un giorno.


(*) Da Dubbi a Flora, Edizioni La Copia, Siena 2000.





Nube - Vento – Tempo (*)


È la corsa del tempo nube e vento,
nulla di nube è materia del tempo,
aria di nulla, ingannevole accento
che non ha forma e aspetto né misura.
Vento di nube che il tempo cattura
in spirale di svolto filamento
che oltre nube nel vento al tempo dura,
e vento porta nube oltre ogni tempo
come la nube di fuoco già spento
finché ha tempo la vela e la calura
che mosse al vento, al tempo, il vago incendio.
Tempo non ha né volto né figura,
ma solo muove figura di vento
e nube accolta in umido compendio
che presto scioglierà nel vento il lento
declino della labile struttura.
Vento e nube sorpassa via l'intento
della voluta sospensione pura
ad altro intesa in armonia di vento,
ad alta intesa di nubi, ad evento
vuoto di segni, spoglio di natura.
È fantasma di nube, eco di vento
il disegno volatile del tempo,
è vento e nube, è solo nube e vento.


(*) Op. cit.





Soffocazione (*)


Il blocco è stretto, e strozza e sfibra e sforza
le vene fra i capelli, e lega e stringe
uccidendo, ma piano, e piano smorza
l'onda che dal respiro il canto spinge.

E finge, e tinge, e attinge lena e forza
la difesa degli ossi e delle arterie
lottando, ma per poco, e già si accorcia
la gittata entro l'avida congerie

di spire torte, ferro, legno e scorza
conglomerata e chiusa in ferma serie
come gli aghi di fiamme in una torcia,

come le foglie di livide miserie
ricadenti al balcone, come sfinge
confusa di domande semiserie.


(*) Op. cit.





Giorni lunghi, anni numerosi (*)


Giorni lunghi, anni numerosi
non meritarono paura,
blanda dilazione rimessa
ad altro tempo che accetta, e dura.
Treni di partita doppia e di sforzo,
case di contadini rubate al vento,
nelle stazioni cartelli non visti,
è sfuggito dove eravamo.
Eravamo e si passava,
in attimi dopo attimi il cerchio
arduo, chiuso,
ruote tonde sui binari
doppi tripli quanti.

Giorni lunghi, anni numerosi
alla vela correndo
con scarpe e guanti e valige.
Una voce insisteva chiamava,
noi non eravamo attenti.
Fummo insieme, alcuni,
poi andammo via partivamo
in numerose direzioni.


(*) Da Il nodo nell’inventario, Dominioni Editore, Como 1997.





Lezioni dal vento (*)


Il vento arpa languente di rabbia s'intossica,
d'urto scatta piegando leviga la cordonata.
Baraonde luminescenti, frizzi fini impartì all'albero
il vento fondo maestro labile di malattie.
Fanno ponte con ala ed ala pazientemente i passeri genitori
finché passi il vento, e sia presto, sui caldi sonni implumi.
Scrollano con ansito zampilli orgogliose fontane,
ecco un sole accorso ne domanda faldine di allegria.
E alle svolte lo spazio apprendendo, raccolte le balze volanti,
la libertà interrompe, la voce accresce il vento.
Ricorda, ebbe passo altra volta su frondose colline,
stringendosi in timore alla ripa rampante le automobili,
con ombre blu di carretti di paglia dentro la polvere,
sette peccati capitali d'impeto strapiombo in vortice.
Siepi verdi crocchianti, così lustre, barricata inutile,
intere d'una sola mano il vento reclinava,
e al volo largo dei berretti ridevano i ragazzi
riparando le orecchie ghiacciate nella lana dei guanti.

Quando uscii dai sapori del latte vennero suoni di musica,
e andava spirando in sbieco all'aria un'azzurra giornata
somigliante all'onda del grano, del fiordaliso e del papavero.
Scoprii le mie mani agili, credevo che fossero mie,
ma subito le trasvolarono raggi estranei, fugaci fulgori.
Vidi la somiglianza dei cicli, degli attimi con lunghi acciai di fiumi
nel gorgo basso corrente di incatenate settimane.
E stare ferma in un luogo in un campo tutto era un correre via
dalla coda dell'occhio di treni in rotta persa viaggianti.
Poi sembrava che strisciando oltre passando fosse un nuovo momento
e dopo il poi imparavo dalla goccia del tempo che l'inizio ha una fine.
In una stanza chiusa fra tende mobili, muri immobili
le giustificazioni degli dei imbarazzati mi apparvero povere.
Ma la fuga in follia dei fogli ebbi ala complice,
dal rombo del vento dallo scroscio non appresi voce umile.
Forse questo posso segnare a guadagno, anche se non sembrava,
anche se si chiusero bui un po' alla volta gli spazi:
il vento ebbe riguardi per me, molti, quanti.


(*) Op. cit.





Lo sbaglio degli dei (*)


Come gli dei ebbero capito il loro sbaglio,
ebbero paura e togati composero una legge
che sorvegliava nei miti e uccideva nei coltelli
- era nuova la loro giornata, era sicura.
Bevevano elisir di loro propria squisita fattura,
misuravano sentieri curvi fra le foglie e la terra,
e guardando di sbieco a tratti nelle radici e i sassi
vedevano con occhi larghi e non comprendevano la guerra.
C'erano tavole lunghe e numerose vivande insapori
dai fumi consegnate e dai fuochi alle feste,
e c'erano animali tristi incatenati agli anelli
e una città di strade continue e di viaggiatori
con i bauli cerchiati di ferro e le armi da taglio.
Loro avevano letti di lana, là si volgevano a fecondi automi -
fra il torpore delle freddissime braccia dolevano aghi di arsura
inscritti nelle ventate che sorvolavano alle cime,
precipitati poi talvolta ai nascondigli più bassi,
e così dunque passava e passa fra le loro teste
una burrasca di luce tutta inchiodata di schegge,
così nel vortice che li nutre non riconoscono le prime
e le ultime misure certe dei nomi.


(*) Op. cit.





La migratrice (*)


Ma quella tua moglie, Lot, non voleva partire,
nidiacea per poco, girovaga di razza zingara.
Preferì in quegli anni dei raggi e dei lampi morire
ogni giorno in quei giorni, lei la passante folaga,
quando dalle capre, dalle pecore si entrò nelle case
di mura ferme e di finestre per guardare
oltre una cinta certa, dal fuoco centrale
alla stella lontana dagli occhi in perduta diagonale.
E voleva restare, voleva la lana ai fusi,
non alle bestie giranti attorno alle tende,
e una luce di pietre bianche alla sua gola magra,
e mantelli nuovi da comprare dal mercante che li vende.
E perfino quel fuoco di scoppi, quei metalli fusi
dai coronamenti incisi delle torri crollanti
preferì alla landa di vento che tu le stendevi
davanti agli occhi piangenti, avanti e avanti,
e l'astro della sua vita breve di colomba stanziale
si volse a guardare una volta, e la strada fu il sale.


(*) Da La madrevite, Piero Manni, Lecce 2000.





I blocchi (*)


Ma non sorgeva dunque alba né agli anni
gloria versava l'albero del sonno
ai fioriti risvegli. Altri gli esordi
furono, e somigliavano ai ritardi
di tempi lunghi già visti a ritroso
oltre la spalla muraglia di affanno,
e il germe maturava già dei danni
del precoce riposo,
e la recriminante sfida, e gli occhi
non disponibili al volo degli sguardi
fermi all'orario ferroviario, ai blocchi
che il frenatore accalca fra i concordi
acciai delle rotaie che insieme vanno
strette allo scalo in un giorno piovoso.


(*) Op. cit.





Ultima Iliade (*)


Convoglia lo Scamandro luna e stagno il sangue degli eroi
sui fazzoletti di carta al filo torto dell'acqua.
Nelle schegge stridono dalle rive ruote di biciclette
deformi fra erbe magre, e suona il vento
le corde sonore dei raggi, e il campanello
di ruggine e di cromo. Il grido è spento
delle sfide infinite. Ragazzette
sparute dalla spina delle mura
- viscosa e vernice rossa la fulgente paratura -
propongono occhi cerchiati doni ai fuggenti assassini
- vennero su autobus suburbani a insidiare la porta -
al riparo e al caldissimo buio di una stia di lamiera,
e gli avanzi di gomma gonfiata e i brandelli di carta
travolgono palude di riva i riflussi divini.
L'ultima città brucia dalla torre di ferro alla tubatura
che affiora fra paglie, arida acqua, dalla terra dura.


(*) Op. cit.





‘A lastra (*)


Ricette ‘a rosa: – Nun me lassà sola, –
ô viento – pecché assai me fa paura. –
– Te fa paura? Chi, bbella figlióla? –
– ‘A luna, forse, quann’ ‘a notte scura,
ca va taglianno tutta ll’erba nova
e ppo’ ‘a scamazza cunnulianno ‘a sòla,
e a gghiuorno filo d’erba nun se trova.
‘E stelle, forse, ch’ ‘e ffrutte ammature
pognono cu ccient’aghe ‘e fierro e dd’oro
e int’ê scorze vacante fanno ll’ove.
Po’, â matina, me pare, jèsceno afora
nùreche ‘e sierpe – ma nunn è ssicuro.
‘O cielo, forse, ca ‘nzerra ‘a caióla
tutt’attuorn’a ll’aucielle cantature,
sbattenno a ssanghe ‘e scelle ‘nfacc’ê mure,
e scella e scella a vvolo curto vola
ca s’ha perduta ‘a chiave e ‘a mascatura.
‘A notte, forse, ch’è nnera figura.
Senz’ ‘e se fà capì move e nun move
‘e spiecchie ‘e ll’uocchie, e ‘a vocca a ddiente e mmole,
e ‘e mmane ‘e friddo pe ddint’ê llenzóle.
‘O viento, forse, ca mme straccia ‘o core
quanno passanno strilla e nnun se cura,
mariuolo, viento, ‘e m’arrubbà ll’addore
d’ ‘e ffronne meie, e i’ nun tengo ati pparole. –
– Io so’ ‘o viento, e pporto e sperdo ‘a notte nera,
e ‘a luna, e ‘e stelle, e ‘o cielo; io ‘e llumere
primm’appiccio e ppo’ stuto, ‘a legge, ‘a prova
d’ ‘o munno ca se fuje senza rummore.
Io te so’ ffrate e ttu mme si’ ssora,
io te so’ ppate e ttu mme si’ ccrïatura,
io te so’ sposo e ttu mme si’ mmugliera –
mariuole tutt’ ‘e dduie, vetriuolo e ffreva
ca s’arrobba ‘o ciardino, e ‘nchiova e schiova
chesta lastra ‘e bbucìe – ch’ê vvote chiove,
ê vvote pare ca sta ascenno ‘o sole. –




LA LASTRA. Disse la rosa: – Non lasciarmi sola, – / al vento – perché assai mi fa paura. – / – Ti fa paura? Chi, bella figliola? – / – La luna, forse, quando la notte imbruna, / che va tagliando tutta l’erba nuova / e poi la schiaccia dondolando la suola, / e a giorno filo d’erba non si trova. / Le stelle, forse, che la frutta matura / pungono con cento aghi di ferro e d’oro / e nelle bucce vuote fanno le uova. / Poi, alla mattina, mi pare, escono fuori / nodi di serpi – ma non è sicuro. / Il cielo, forse, che serra la gabbia / tutt’attorno agli uccelli canterini, / sbattendo a sangue le ali contro i muri, / e ala e ala a volo corto vola / ché si è perduta la chiave e la serratura. / La notte, forse, che è nera figura. / Senza farsi sorprendere muove e non muove / gli specchi degli occhi, e la bocca a denti e molari, / e le mani di freddo dentro le lenzuola. / Il vento, forse, che mi straccia il cuore / quando passando urla e non si cura, / ladro, vento, di rubarmi il profumo / dei miei petali, e io non ho altre parole. – / – Io sono il vento, e porto e sperdo la notte nera, / e la luna, e le stelle, e il cielo; io le lumiere / prima accendo e poi spengo, la legge, la prova / del mondo che si fugge senza rumore. / Io ti sono fratello e tu mi sei sorella, / io ti sono padre e tu mi sei figlia, / io ti sono sposo e tu mi sei moglie – / ladri tutti e due, vetriolo e febbre / che ruba il giardino, e inchioda e schioda / questa lastra di bugie – ché a volte piove, / a volte pare che stia uscendo il sole. –


(*) Da Si vuo’ ‘o ciardino, Book Editore, Castel Maggiore 2005.





‘O cappiello (*)


Teneva nu cappiello a ppenne ‘e starna
ch’ ‘eva acciso cu ‘e pprete aret’ô muro,
ma nun pe ss’arrustì cu ‘e llegne ‘e ccarne,
sulo pecché teneva ‘o core scuro
e lle piaceva ‘a morte.

‘A starna ll’ ’eva jettata fredda e ccrura
rint’a na cava ‘e prete, ll’ogne a rriccio,
‘o vrito ‘e ll’uocchie na mana ‘e pittura,
‘a cora secca nu muzzone ‘e miccio,
‘e scelle troppo corte.

‘E ppenne ll’ ‘eva mise pe ccrapiccio
attuorn’a nu cappiello ‘e lana vecchia,
ca mo’ lle pare ca vola e ss’appiccia
si ‘a copp’â spalla p’ ‘a smerza se specchia
a gguardature storte.

E ‘a vo’ int’ô specchio p’ ‘a deretta â recchia
na rosa a ccinche fronne c’ ‘a furesta
e mmaggio a ll’ombra ggià smerza e apparecchia
si corre ampress’ampressa e nnun s’arresta
‘mmiez’ê spiecchie d’ ‘e pporte.

Na rosa viva comm’a na tempesta
‘ncopp’a stu mare sicco ‘e fronne ‘e lana
e spìngule, na campanella ‘e festa
rossa comm’a na vocca ‘e melagrana
ca sona a ggrana forte –

e vvo’ c’ ‘o rrusso sona ‘o rrusso e ssana
stu cappelluccio ‘e cennere. Ma ‘a rosa
è ll’ombra ‘e maggio, ‘a furesta è lluntana,
nisciunu specchio ‘a rosa e ‘a morte sposa.
Nun smerza ‘e spiecchie ‘a sciorte.



IL CAPPELLO. Aveva un cappello a penne di starna / che aveva ucciso con le pietre dietro il muro, / ma non per arrostirsi con la legna le carni, / solo perché aveva il cuore scuro / e gli piaceva la morte.

La starna l’aveva gettata fredda e cruda / dentro a una cava di pietre, le unghie a riccio, / il vetro degli occhi una mano di pittura, / la coda secca un mozzicone di stoppa, / le ali troppo corte.

Le penne le aveva messe per capriccio / attorno ad un cappello di lana vecchia, / che ora gli pare che voli e si accenda / se da sopra alla spalla a rovescio si specchia / a sguardi storti. //

E la vuole nello specchio per dritto all’orecchia / una rosa a cinque petali che la foresta / e maggio all’ombra già rovescia e apparecchia / se corre in fretta in fretta e non si arresta / in mezzo agli specchi delle porte.

Una rosa viva come una tempesta / sopra quel mare secco di foglie di lana / e spilli, una campanella di festa / rossa come una bocca di melagrana / che suona a grana forte –

e vuole che il rosso suoni il rosso e sani / quel cappelluccio di cenere. Ma la rosa / è l’ombra di maggio, la foresta è lontana, / nessuno specchio la rosa e la morte sposa. / Non rovescia gli specchi la sorte.


(*) Op. cit.


 

‘O fummo (*)


Vène pe vvierno a strisce d’aria ‘o fummo
rint’ô ciardino ca fuie ‘a casa d’ ‘a rosa –
maggio fujette fin’â casa d’ ‘a morte
pe na via longa fatta ‘e fummo e dd’aria
larga ‘e feneste aperte a ll’aria ‘e vierno,
e pp’ ‘e ffeneste spia ‘o ciardino maggio.

A ll’ata parte ‘e ll’aria guarda maggio
‘o ciardino p’ ‘a cennere d’ ‘o fummo
c’ ‘a nu fuoco ‘e gravune spanne vierno.
Rint’ê ggravune na semmente ‘e rosa
chianu chiano schiuppanno appiccia ll’aria,
fa ‘o viento c’ ‘o ventaglio ‘e penne ‘a morte.

Ma nun s’ ‘e scarfa d’ ‘o ffriddo d’ ‘a morte
ll’osse ‘e lignamme niro e ssicco maggio,
ca passa ‘o viento pe sta casa d’aria,
nu viento apierto chino ‘e fronne e ‘e fummo
c’a ffreva lenta coce ‘e ffronne ‘e rosa
‘nterr’ô ciardino apierto ô viento ‘e vierno.

Guarda ‘o fummo ca vola zitto vierno,
move e nun move ‘o fummo zitta ‘a morte,
aràpe e cchiure ll’uocchie zitta ‘a rosa
‘e vrace, e gguarda ‘o rrusso zitto maggio.
Pe ttutta ll’aria more e nnasce ‘o fummo
e ttrase e gghiesce p’ ‘e ffeneste d’aria.

Sta ‘e casa ‘o fummo int’a stu specchio d’aria
c’a strisce ‘e viento specchia ‘a faccia ‘e vierno
vicin’ô ffuoco guardanno zitto ‘o fummo
comm’a nu viecchio ca se penza ‘a morte,
guardanno rint’ô specchio ‘a faccia ‘e maggio
ca rint’ô specchio ‘e vrace guarda ‘a rosa.

Pe ‘mmiez’â cennere e â vrace guarda ‘a rosa
‘a faccia ‘e vierno ê llastre roppie ‘e ll’aria,
e â lastra smerza vére ‘a faccia ‘e maggio
c’â bbucìa ‘e ll’aria pare ‘o figlio ‘e vierno –
crïatura e vviento int’â casa d’ ‘a morte,
‘a morte ca se fuje persa c’ ‘o fummo.

È ccosa ‘e fummo ‘o nùreco ‘e vierno –
cu ‘e ddete ‘a morte ‘o sbroglia a strisce d’aria –
striscia pe striscia maggio ‘ntrezza ‘a rosa.




IL FUMO. Viene per verno a striscie d’aria il fumo / dentro il giardino che fu la casa della rosa – / maggio fuggì fino alla casa della morte / per una via lunga fatta di fumo e d’aria / larga di finestre aperte all’aria di verno, / e alle finestre spia il giardino maggio.

All’altra parte dell’aria guarda maggio / il giardino attraverso la cenere del fumo / che da un fuoco di carboni sparge verno. / Dentro i carboni una semente di rosa / piano piano sbocciando accende l’aria, / fa il vento col ventaglio di penne la morte. //

Ma non se le riscalda dal freddo della morte / le ossa di legno nero e secco maggio, / ché passa il vento per quella casa d’aria, / un vento aperto pieno di foglie e di fumo / che a febbre lenta cuoce i petali di rosa / dentro il giardino aperto al vento di verno.

Guarda il fumo che vola zitto verno, /muove e non muove il fumo zitta la morte, / apre e chiude gli occhi zitta la rosa / di brace, e guarda il rosso zitto maggio. / Per tutta l’aria muore e nasce il fumo / ed entra ed esce per le finestre d’aria.

Abita il fumo in quello specchio d’aria / che a strisce di vento specchia il volto di verno / accanto al fuoco guardando [che guarda] zitto il fumo / come un vecchio che si pensa la morte, / guardando [che guarda] nello specchio il volto di maggio / che nello specchio di brace guarda la rosa. //

Fra la cenere e la brace guarda la rosa / il volto di verno ai vetri doppi dell’aria, / e al vetro rovescio vede il volto di maggio / che alla bugia dell’aria sembra il figlio di verno – / bambino e vento nella casa della morte, / la morte che si fugge persa col fumo.

Non è che fumo il nodo di verno – / con le dita la morte lo scioglie a strisce d’aria – / striscia per striscia maggio intreccia la rosa.


(*) Op. cit.

*Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha pubblicato Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997), Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Piero Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Piero Manni, Lecce 2002), Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, Castel Maggiore -Bo 2005).


5 commenti:

Moltinpoesia ha detto...

Ennio Abate:

Strano che nessuno commenti queste “prosopopee” di Anna Maria De Pietro.
In ritardo vengo a conoscere anch’io la sua produzione poetica, perché finora ci siamo incrociati solo di striscio tra il pubblico distratto ed enigmatico di qualche incontro culturale a Milano.
Ora la lettura dei suoi testi (una selezione da varie raccolte) mi ha positivamente impressionato.
È una ricerca che si stacca nettamente da quelle oggi più diffuse, che s’appoggiano alle emozioni immediate, alla registrazione mimetica del quotidiano e del vissuto. Questi testi non ricorrono alla lingua parlata, ma a un linguaggio letterario di alta e ben costruita formalizzazione. Gli endecasillabi mi paiono quasi canonici. La narrazione è distesa, da poema. Il lessico è mantenuto su un registro alto e ricorre sia alle rime che a una lussuosa aggettivazione barocca («A te rovinosa propaggine di smaniose lentezze/ che tuttavia vivi le ripetute minute morti longeve»).
Il ritmo è sempre forte. A volte espressionistico come in questa sequenza di versi:

La stella mi spezza le mani calando le spranghe
i rocchetti dei raggi di ferro voraci valanghe
io batto alle porte di Hamelin pugni di sangue
io stanco insistendo le scolte che sognano stanche.

Mi pare anche di cogliere in questi frammenti di «prosopopee» una tendenza a misurarsi in libertà coi miti più noti o a mescolare miti di varie epoche e provenienza, se non a ribaltarne a volte il senso.
Almeno, se non interpreto male, questa è l’impressione che mi fanno le parole messe in bocca a Orfeo in questo verso «e per non più vederla io mi voltai». O queste attribuite al pifferaio di Hamelin: «Buttateli dentro la terra questi vostri bambini/io poi ci provo suonando a portarveli indietro».
A me pare che questa poesia con toni tra il distratto e l’incantato («riposai sentendo/solo un lieve dolore alla caviglia,/ tale che mentre duole già non duole») trasporti il lettore in una situazione astorica, “eterna”, evocata appunto con questo linguaggio “misto classico-barocco”, a volte persino concettoso, come nella ossessiva variazione da capogiro dei tre termini che danno il titolo al componimento «Nube - Vento – Tempo». (incuriosito e se non ho sbagliato il conteggio, ho trovato 12 volte ‘nube’, 10 volte ‘vento’, 9 volte ‘tempo’…).
Non conosco l’evoluzione della ricerca di Annamaria, ma mi pare che dalla raccolta del 1997 si sia mossa verso un’“attualizzazione” persino autobiografica, mutando la sua tematica:

e al volo largo dei berretti ridevano i ragazzi
riparando le orecchie ghiacciate nella lana dei guanti.

Quando uscii dai sapori del latte vennero suoni di musica,
e andava spirando in sbieco all'aria un'azzurra giornata
somigliante all'onda del grano, del fiordaliso e del papavero.

E persino una palinodia o smitizzazione della precedente produzione:

In una stanza chiusa fra tende mobili, muri immobili
le giustificazioni degli dei imbarazzati mi apparvero povere.

O ha puntato a una commistione spuria, ibrida, che crea attrito tra antico e contemporaneo:

Convoglia lo Scamandro luna e stagno il sangue degli eroi
sui fazzoletti di carta al filo torto dell'acqua.
Nelle schegge stridono dalle rive ruote di biciclette
deformi fra erbe magre, e suona il vento
le corde sonore dei raggi, e il campanello
di ruggine e di cromo. Il grido è spento
delle sfide infinite

Eppure il clima estatico e astorico mi pare intatto, solo più malinconico.
Più vicino alla mia formazione meridionale, infine, ho sentito il “barocchismo surrealista” (anche un po’ a tinte forti e persino tetre, a me non ignote proprio per vicinanza “dialettale”…) d’immagini e suoni, che scoppia pirotecnico nei componimenti in napoletano.
Questa la mia prima lettura di tali testi. Da elogiare senza riserve.

giorgio linguaglossa ha detto...

condivido la definizione data da Ennio Abate di questa poesia come pratica di "barocchismo surrealista" e condivido anche la sua opinione positiva di questa poesia di Annamaria De Pietro. Particolarmente positiva è la mia impressione di lettore per quelle poesie che ridisegnano il mito e ne danno una nuova interpretazione. Ed è proprio questo l'ufficio del mito, credo, la sua funzione propulsiva ancor oggi nelle moderne civiltà telemediatiche: quello di essere un "oggetto" suscettibile di sempre nuove interpretazioni; in fin dei conti, narrare è non altro che narrare le cose già dette inserendo delle "varianti" significative. Nei suoi momenti migliori mi sembra che la De Pietro si muova in questo orizzonte di ricerca. La questione dell'Essere (nel discorso poetico) altro non è che la investigazione di qualche frammento o fessura tra il possibile e l'esistente di ciò che ci è stato tramandato. Ma per capovolgerne il significato. Che poi lo spazio stilistico di questa poesia sia propriamente uno spazio stilisticamente astorico (come ben evidenziato da Abate), altro non è che quel tendere allo "zero assoluto" della funzione del significante che si dirama e si assottiglia nell'ambito dello sviluppo delle parafrasi del discorso poetico della De Pietro... unico pericolo di questa impostazione è, appunto, quello di abbandonarsi all'onda lunga della perafrasi, che rischia sempre di portare lontano dal baricentro del significato centrale la composizione poetica. Ma è ovviamente un rischio che in questo tipo di poesia è inevitabile e bisogna accettare.

Anonimo ha detto...

Grazie ad Ennio Abate, grazie a Giorgio Linguaglossa.
Grazie per aver individuato a colpo secco quella che per me è la spina del fare poetico: la traslitterazione, il trascorrere da un oggetto dato che il vasto mondo offre a un oggetto che si dà spendendo il "suo" patrimonio – fabrile, genetico – nella trasformazione che è forma. E insieme la fondamentale atemporalità dell’operazione.
Oggetto dato, egualmente, a mio parere, è tanto un evento, un’idea, una cosa, un incontro di luoghi e persone, la vita di chi scrive, quanto quello che da altri è stato detto: il mito nella fattispecie.
Sono contenta che i testi tratti da "Venti fusioni a cera persa" (le prosopopee) abbiano destato in specie la vostra ttenzione. Credo infatti che in questo libro (il quarto uscito al mondo) appaia precipuamente la mia idea di poesia: una violenza, – come dire? – una feriale hybris da camera, oltranza io la chiamo, che irrompe nell’accampamento addormentato dell’esistente (non del “reale”: la parola è troppo ambigua e sovrasegnata pere farne una base neutra indiscussa) e ne fa gente sua, attraverso le sue armi, la sua attrezzeria, la sua sintassi, le sue forme.
I miti sono una catena di racconti, per varianti ciascuna in sé vera, catena il cui statuto sta proprio nell’accettare nuovi anelli, in un’assoluta aporia (leggi: libertà) di sensi in qualche maniera ammaestranti. Non vedo nel mito una cisterna di autenticità utilizzabile perché utile, ma, ripeto, solo una serie di racconti, utilizzabili solo perché ci sono, ciascuno violento verso i preesistenti, facitura nuova di significato e senso, una “parafrasi” appunto.
Ma è una pratica parafrasante che sa molto bene di valere solo in quel recinto-scacchiera nel quale fa avanzare i suoi pezzi (elegante, a sprezzatura, il, passo del cavallo, che finge di andare da un’altra parte); sa che quello che dice non è che quello che dice, lungi da onniscienza, da storia, da tempo. Non tanto eternità direi, quanto contemporaneità. Di passata: discordo dall’idea di poesia come memoria. È tutto qui, ora, altrimenti non esisterebbe.
Se tutto questo è rischio, ben venga. Sta il rischio, nero su bianco, in quel frattale a est che la composizione a bandiera lancia in uno spazio (l’oriente!) nel quale tutto, ogni cosa, una cosa è ancora da scrivere.
Una nota al concetto di”barocchismo surrealista”. Lo condivido, a parte quel minimo di riserva dovuto a ogni fermo immagine, perché penso che tanto il barocco quanto il surrealismo (li amo entrambi) pongano vertiginosamente un’ identità, una sinonimia direi, fra luoghi e figure distanti, scalciando via ogni nesso di comparazione e citazione, ogni giustificazione logica dunque. Questo è anche quello (che è anche questo), insieme, ad un’unica fiamma istantanea che consuma e cuoce, rifà.
"Ceci n’est pas une pomme", pronuncia Magritte. "Non è" quella cosa (la mela), ma "è" questa cosa (la sua rappresentazione). La frase è un chiasmo: Ceci – pomme / n’est pas – une. È e non è, tutto insieme, contemporaneamente, consustanzialmente, nel rischio di ogni identità.
L’acqua di fontana romana "tempesta di specchi" di un poeta barocco (che non ricordo) ugualmente è e non è – si scaglia in scaglie in quella fessura asintotica nella quale è in gestazione, spaccata melagrana, tutto quanto potrà esistere (in parole, naturalmente).
Cosí fa il sogno, luogo regio delle sinonimie. Cosí fa la scrittura poetica, luogo regio dell’im-pertinenza.

(continua)
Annamaria De Pietro

Anonimo ha detto...

Per finire, una precisazione d’obbligo, con scuse. Inviando i terzetti di testi, uno per libro, con imprecisione non ho riprodotto la sequenza cronologica dell’uscita dei libri, ma li ho disposti a caso (segnando tuttavia dopo ogni terzetto la data di pubblicazione), e questa mia confusione può avere (all’occhio) fatto anticipare nel tempo le prosopopee (il quarto libro, del 2002), e posticipare "Il nodo nell’inventario" (il primo, del ’97).
In ogni caso annoto che mai, in nessuno dei miei tempi di scrittura, mi è interessata l’autobiografia. Quello che m’interessa è il fare della scrittura, la sua via a sé contemporanea, e credo di non aver mai avuto tematiche. Penso di poter dire che in "Lezioni dal vento", citata da Abate (“e al volo largo …”), piú che la mia esperienza di vita m’interessasse il vento.
Rinnovo le mie scuse per il disordine.
E ancora ringrazio Abate e Linguaglossa, preziose voci in ascolto.

Annamaria De Pietro

Anonimo ha detto...

Sono particolarmente lieto di questa pubblicazione di testi di Annamaria. Con lei, persona e poesia, l'incontro risale ormai a tanti anni fa. Ed è stato uno degli incontri tra i più ricchi di scambi e sollecitazioni.
Innumerevoli le occasioni pubbliche e private di riflessioni comuni, sviluppate tra condivisioni e differenze di concezioni che si sono poi tradotte, grazie all'elevata qualità della sua scrittura, in saggi e recensioni pubblicati sulle riviste "Testuale" e "La Mosca di Milano, o inseriti nel libro Sotto la superficie. (Archivi del '900, 2004). Ci ha sempre accomunato la necessità e passione per la magia della scrittura, da me vissuta come anello esaltante tra ciò che c'è prima e dopo, da lei nella convinzione che "la poesia è".

Ma chiunque viva quel daimon particolare che vuole incarnare in parole momenti della vita (propria o altrui) sente il fascino di tale turris eburnea, in cui il senso e la bellezza sembrano bastare a se stesse e non abbisognano d'altro. Sacrali e intangibili, nel loro caledoscopio di suoni, ritmi e immagini. Percorrendo tale crinale, rimane fondante e qualificante della poesia di Annamaria la tensione alla Totalità, il piacere e il bisogno di collocarla tra i corni inconciliabili e tragici della vita. Ed è ciò che la affranca dal rischio di quella forma di ideologia quale è l'ideologia del testo.

Annamaria De Pietro è un esempio anomalo tra le scritture contemporanee (nel senso che non è né con chi dice che le parole sono ante rem, né con chi le pone come anello successivo ed esaltante tra le altre cose), che, come mostrano anche le sue note, opera con lucidità e capacità di sfida del gesto di scrivere, mai esauribile nei suoi sensi complessi. Senza la misura con la sua concezione e la sua scrittura non avrei approfondito determinati nodi (ricordando il suo primo libro del '97, Il nodo nell'inventario) relativi alla poesia, da me cercati con ciò che chiamo Adiacenza. Nodi di cui ho ritrovato con piacere rilievi e richiami anche nelle note di Ennio Abate e Giorgio Lingualossa.

Adam Vaccaro