lunedì 25 giugno 2012

Giorgio Linguaglossa
Su "Il secondo dono"
di Sabino Caronia


Sabino Caronia Il secondo dono Progetto Cultura, Roma, 2012

Il secondo dono,  così semplicemente si intitola questa plaquette di Sabino Caronia, quasi a celare un pudore inespresso o a dissimulare una ritrosia più che manifesta, quasi a chiedere venia per tanta improntitudine di apparire quale autore di un mannello di liriche. E liriche d’altri tempi, quando ancora c’erano i bambini che giocavano con l’aquilone su nel cielo e calciavano il pallone ad ogni cantone del trivio o del quadrivio. Ma oggi che l’arte della simulazione si manifesta con la singolare propaggine della scaltra dissimulazione di massa, dico, oggi, che altro dire di una lirica che si rivolge ad altra lirica del passato come ad uno sconosciuto elitario interlocutore che mai più vedrà la luce se non nel segno di un altro segno o in una cosa chiamata sogno, che forse mai più incontrerà il proprio interlocutore?

Giorgio Linguaglossa
Su "Poemetto gastronomico
e altri nutrimenti"
di Tomaso Kemeny


Tomaso Kemeny Poemetto gastronomico e altri nutrimenti Jaca Book, Milano, 2012  

«è della massima importanza / intendere il processo di dissoluzione / dei linguaggi artistici» (T.K.)

Paradossale e politicamente «scorretto», stralunato, irriverente e bislacco questo libro di «invettive» e di «licenze» di Tomaso Kemeny contro «lo Spirito della Poesia Gastronomica» del nostro tempo dove il rapporto tra il «mitico» e lo «storico» appare trasmutato in «segno» linguistico, e quest’ultimo in effetto «gastronomico». In Kemeny è vivissimo il senso di un generale effetto di deriva, non soltanto della tradizione, ma di ogni concetto che voglia applicare un senso alle cose del mondo. Ciò che originariamente, per i mitomodernisti, era il rapporto ontologico tra «mito» e «storia» che caratterizzava il tardo Moderno, oggi, nelle condizioni del Dopo il Moderno non è più la Sensucht nostalgica quella che respira nei versi della poesia più evoluta ma una oggettività, un voler essere e voler apparire oggettivi o super partes in mezzo alla barbarie dei rapporti produttivi estranianti ed estraniati, talché il recentissimo è diventato, come apparenza e fantasmagoria, lo stesso antico, e l’antico (opportunamente modernizzato) è diventato il recentissimo (antichizzato), la merce segnaletica del cartellone mediatico.