lunedì 26 novembre 2012

SEGNALAZIONE

Tabea Nineo, Partenti

Mercoledì 28 novembre ore 21.00
Libreria Popolare di via Tadino, 18 -  Milano 

MINISEMINARIO PORTATILE
su

«Per una poesia esodante. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia»

di Ennio  Abate


Ci vuole - e qui torno alla mia posizione -  un esodo dalle forme istituzionali consolidate. Non si scappa. Nell’ Egitto  del servilismo e della subordinazione non si costruisce per l’esodo, per il noi possibile. La forma provvisoria dei laboratori (dal foglio  personale, alla rivista povera, al foglio volante, al sito anticonformista su Internet, alla rivista “carbonara” accolta in qualche piega istituzionale) è quasi d’obbligo oggi, se non si vuole restare nella nicchia di un privato ampiamente colonizzato o aggregarsi ai potentati che controllano ottusamente una sfera pubblica devastata.

Intervengono:
Ennio Abate, Luca Ferrieri, Paolo Giovannetti, 
 Ezio Partesana, Donato Salzarulo

Libreria Popolare di via Tadino Soc. Coop.S.r.l.- Via A.Tadino,18 - 20124 Milano Tel.02 2951 3268 libreriatadino@yahoo.it
La libreria è raggiungibile con: MM Linea 1, stazioni di Porta Venezia o Lima; con i tram N.9 fermata di Porta Venezia;
N.1 fermata Settembrini/San Gregorio; N.33, fermate Tunisia o Regina Giovanna/Buenos Aires;
autobus 60 fermate Lima o Benedetto Marcello

Ennio Abate
Fortini ricordato nel 2012
a chi non lo conosce
(e agli smemorati).


Pubblico la lezione che ho tenuto nell'ambito del PaviArt Poetry svoltosi le locale di Santa Maria Gualtieri di Pavia dal 23 al 25 novembre (qui). [E.A.]



Chi era Fortini?

«Un  bel volto caparbio, occhi chiari e indagatori, sobrie le movenze, cappotto blu e taccuino di appunti sotto mano. Siamo prima di tutto il nostro corpo, ed egli si teneva riservato, in guardia, nella sua bella persona, senza concedersi alcuna eccentricità. Non si finse metalmeccanico nei cortei operai né ragazzino fra gli studenti in corsa né un quidam de populo se lo fermava la polizia. Mai si lasciò catturare da un’establishment e mai si travestì da emarginato. Era stato povero, aveva tirato la vita e accumulato saperi con tenacia e diletto, sapeva di essere quello che era. Non si lasciava andare, le sue famose collere erano meditate, gli interventi brevi e mirati; non espose mai tormenti che non fossero della ragione. Salvo forse la pena dell’invecchiare. […] Nel declinare del secolo e dell’esistenza gli era caduta addosso una stanchezza. Non smise di scontrarsi - era un cavallo da combattimento […] E non c’era osso che non gli dolesse al dubitare degli esiti, non della verità, del suo pugnare - il vero, la verità la mia verità, le nostre, ricorrono nei suoi scritti in opposizione al nulla, il niente cui gli appariva trascinato il mondo. […] Rompeva sperati dialoghi e imprese comuni - imprese di ricerca, dunque politiche, dunque di ordine morale, dunque non negoziabili. Che politica ed etica non si potessero separare era un comando della sapienza ebraica e di quella cristiana, le assumeva tutte e due. Non c’è operare lecito se non mira a un più di umanità, a che l’uomo, come scriveva ai posteri il suo amato Brecht, sia finalmente amico dell’uomo».