domenica 2 dicembre 2012

Ennio Abate
Su un’intervista a Guido Oldani
a proposito di «realismo terminale»


L'intervista in questione è a cura di Amedeo Anelli e si legge qui sotto in Appendice. (E.A.) 

I poeti  sono gente strana, si sa. Hanno il vizio del “mestiere”: partono  appena possono per la tangente della metafora. Che è - diciamolo - un bel vizio. Permette un assaggio di libertà e felicità. Ma di metafora non si vive, non di sola metafora son fatti i discorsi e specialmente i dialoghi in cui la gente in carne ed ossa s’impegna per raccapezzarsi innanzitutto sulle cose complicate del mondo.  Quel che trovo strano (e che un po’ m’indispettisce, perché in fondo li sento complici del marasma che ci  agita peggio della bufera infernale che trascinava Paolo e Francesca nel V dell’Inferno) è quando i poeti usano paroloni complicati e metafore “spinte” anche fuori dalle loro poesie. Quando, insomma, continuano a fare i poeti anche quando scrivono un saggio o un discorsetto rivolto alla cosiddetta gente comune. Qui ti aspetteresti, appunto, di  dialogare e ragionare con loro su un argomento qualsiasi, di sentire risposte azzeccate alle domande che gli fai. E non soltanto e ancora  accelerazioni, sorpassi e virate mozzafiato sempre sulla stessa Autostrada della Metafora, che conduce non si sa dove.