venerdì 3 febbraio 2012

Maria Dilucia
Omaggio a Wislawa Szymborska


Wislawa non c’è più, rimangono le sue parole che sono Poesia e Filosofia assieme. La sua grandezza sta nel riconoscere i difetti degli esseri umani e mostrarceli ma senza giudizio anzi a volte addolorata per il destino di questo piccolo uomo creato ed abbandonato a se stesso su questo mondo. Ha conosciuto  la disillusione ma non ha ceduto alla disperazione, differentemente da molti altri poeti, lei ha continuato, ha capito di aver sbagliato lo ha riconosciuto e ha continuato, continuato ad ESSERE nella sua Poesia. Ha trovato la strada dell’ironia e come altro possiamo salvarci noi esseri umani se non con l’ironia? Ha mutuato la sua sofferenza in lucidità, si è elevata ed è riuscita a vedere non il singolo uomo ma tutti gli uomini, i comportamenti degli uomini e dall’alto guardandoli muoversi, agitarsi, faticare a vivere, e con amore ci ha tolto la colpa, quasi come una madre che giustifica gli errori del figlio. [Maria Dilucia]

  
Utopia di Wislawa Szymborska
 
Isola dove tutto si chiarisce.
 
Qui ci si può fondare su prove.
 
L'unica strada è quella d'accesso.
 
Gli arbusti si piegano sotto le risposte.
 

giovedì 2 febbraio 2012

Giorgio Linguaglossa
"Solo la terra"
di Cristina Sparagana


Pistoletto, Venere degli stracci

Cristina Sparagana Solo la terra Passigli, Firenze, 2011

Se si guarda alle diramazioni stilistiche della poesia del tardo Novecento, molti elementi inducono a ritenere che sul terreno delle istituzioni stilistiche  degli ultimi trenta anni  della poesia al femminile il tempo non è passato invano. Già la poesia femminile degli anni Novanta aveva abbandonato le tematiche della rivendicazione del «politico», del «privato» e del «quotidiano» della generazione immediatamente precedente. Ad un ambito più vasto della questione della crisi dei generi narrativi, la poesia si avviava sempre di più verso la radura della propria irrilevanza culturale
Quello che all’inizio degli anni Novanta si delinea è un orizzonte del tutto nuovo: la crisi definitiva delle istituzioni stilistiche esautorate ed occupate dagli uffici stampa degli editori maggiori. Accade così che nella poesia degli anni Dieci del nuovo secolo, non c’è modello né secondarietà né retroterra di istituzione stilistica che resti immune da questo processo che la poesia possa far valere quale suo corrispettivo e/o funzione. Il perché è chiaro: c’è «funzione» soltanto là dove c’è secondarietà, commissione, servizio, utenza; là dove invece non c’è una utenza cessa anche, corrispettivamente, la necessità di una «funzione» poetica, con tutto il suo bagaglio di retorizzazioni, di stilizzazione e di tematiche che la «funzione» e la «finzione» poetica comportano.

martedì 31 gennaio 2012

Flavio Villani
L'assedio di Saigon


                                                                   
 Invio la nuova versione dell'Assedio di Saigon. Penso che essendo lavoro che si pone (con convinzione) al limite fra poesia e prosa, sfruttando in modo, credo, non del tutto convenzionale entrambi i linguaggi, potrebbe fornire materiale di discussione sulle questioni sollevate dal dibattito aperto di recente sull'argomento. La scelta di scrivere questo particolare testo in tale forma è dipesa, come spesso avviene, da plurime considerazioni, difficilmente sintetizzabili in poche parole, non ultima la mia personale propensione verso forme narrative, per così dire, "ibride", dove versi e prosa narrativa e teatrale si possono comporre a costituire un insieme eterogeneo. La possibilità, propria della poesia, d'infrangere le barriere imposte dall'unità di tempo e di spazio del racconto è stata per me ulteriore forte motivazione per esplorare questa via. [Flavio Villani]
  
                        
Il tempo è tutto. Tutto.
In ogni dramma il tempo è tutto.
In questo dramma il tempo è l’aprile del
settantacinque.  

Non è un caso. No non credo che lo sia.

Lucio Mayoor Tosi
Milanesi



Parecchi di qui sono tedeschi 
morti sotto i bombardamenti di Dresda e Berlino.  
Tutta brava gente. 
A Roma e a Napoli ce ne sono meno  
qualche artista e qualche menagramo.
In Africa quelli che avrebbero voluto scappare 
ma non ce l'hanno fatta.
Gli artisti per bene sono tedeschi di Berlino.  
Quelli di Napoli son bombardati.

domenica 29 gennaio 2012

SEGNALAZIONE
Laboratorio Moltinpoesia
martedì 31 gennaio 2012, ore 18


Palazzina Liberty, Largo marinai d'Italia 1 - ingresso libero
La Casa della Poesia di Milano

Cari amici
vi segnaliamo l'incontro del Laboratorio Moltinpoesia a cura di Ennio Abate, con un pomeriggio dedicato a tre raccolte di poesia.
martedì 31 gennaio 2012, ore 18

Moltinpoesia: LA POLIS  CHE NON C'E'
Tre modi di interrogarsi in poesia sul venir meno della polis e della società civile
Ennio Abate , Roberto Bertoldo , Gianmario Lucini 
dialogano  sulle loro recenti raccolte di poesia: 
Immigratorio, Pergamena dei ribelli e Il disgusto.

Dove andare? e correre ancora?
o ubriacarsi dondolandosi sulla soglia?
*

La tonaca dei versi mi sta stretta, 
è una benedizione falsa,

*

Mi fanno tenerezza quei che salgono sui tetti a protestare 

e vorrebbero tornare nel mondo di ieri

sabato 28 gennaio 2012

Ezio Partesana
Sette poesie




Uomini vanno


Uomini vanno di mente perduta
a picco nell'acqua sottile:
lava loro la mano.
E il male fanno o non fanno
appena, come cosa
che tra le altre smarrite cade.

Ma dei servi la miseria
ma colpire con il dorso il viso
questo sì che non c'è sangue
sullo stipite che l'angelo possa fermare
quando verrà.

  

Emilia Banfi
Alla nuova memoria



La luna appesa al chiodo
nel cielo sparisce dietro
una macchia di sangue
la spiaggia sbarca sfinita
il mare accoglie la morte
un niente di vento porta
odori di mani graffiate
capelli di donna un anello
di fiori legato a una veste.



venerdì 27 gennaio 2012

Giorgio Linguaglossa
Sulla poesia
di Silvana Palazzo

Slai, donna che si pettina

La poesia di Silvana Palazzo
Relazioni di psiche Periferia, Cosenza, 2009
Insomnia (a Barcellona) testo spagnolo a fronte, Le nuvole, Cosenza, 2011
Il meme è un seme CjC Editore, Cosenza, 2011

«Andiamo verso la catastrofe senza parole. Già le rivoluzioni di domani si faranno in marsina e con tutte le comodità. I Re avranno da temere soprattutto dai loro segretari». Era l’aprile del 1919 quando Vincenzo Cardarelli scriveva queste parole. Era iniziata la rivoluzione della società di massa, la rivoluzione industriale era ancora di là da venire, e l’epoca delle avanguardie era già alle spalle, il ritorno all’ordine era una strada in discesa, segnato da un annunzio che sembrava indiscutibile».
Oggi, a distanza di quasi un secolo dalle parole di Cardarelli, è avvenuto esattamente il contrario di quanto preconizzato da il poeta de «La Ronda»: oggi andiamo verso la catastrofe con un eccesso di parole; le rivoluzioni di domani non si faranno né in marsina né in canottiera, né con tutte le comodità né con tutti gli incomodi: non si faranno affatto. Al Politico è subentrato il «privato». Ai «maestri» sono succeduti i «pessimi maestri». Il Novecento si è chiuso con una deriva epigonica. La società della comunicazione totale ha posto in soffitta la «poesia», e quest’ultima si è vista relegare all’ultimo scalino della scala gerarchica della comunicazione. A questo punto che cosa poteva fare una poetessa della lontana Calabria che voleva scrivere versi? La poesia della Palazzo decide così di parlare dal punto di vista della sua posizione singolare e marginale quale la geografia e la storia hanno disegnato: adotta un verso breve, a volte brevissimo, formato da una sola parola o da un bisillabo, quasi una spartana economia delle parole troppo abusate dalla civiltà della comunicazione totale.

giovedì 26 gennaio 2012

Ennio Abate
Poesia/prosa.
Qualche ipotesi
a partire dalla poesia
di Anna Cascella Luciani



Riprendo qui l'interessante discussione iniziata nel post dedicato alla poesia "non ho sorelle" d Anna Cascella Luciani e sollecito altri interventi. Se dovessero essere, come questo mio, superiori alla misura breve del commento, inviatemeli e li collocherò in successivi post. [E.A.] 

1. Schematizzo per andare al nocciolo della questione poesia/prosa. Poesia=lirica=giovinezza? Prosa=ragione (o razionalità)=età adulta (o vecchiaia, quando “si partecipa meno alla vita e più al passato”)? Approvo in parte, ma dovremmo documentare meglio queste  equazioni. Specie oggi che i confini tra poesia e prosa, già mobili quando la distinzione dei generi pareva netta e incrollabile, sono diventati - per dirla con Bauman (e affidandoci,  non ciecamente però, alla sua autorità) - *liquidi*. Resta aperto il problema del grado e del senso di questa "liquefazione" dei generi: parziale, totale? reversibile, irreversibile? sintomo di "decadenza" (di allontanamento dall'Origine, o  dal principiale, senza il quale non si dà logos poetico [Cfr.Giuseppe Pedota, Dopo il moderno?) o, come sostiene Lucio Mayoor Tosi, irrinunciabile tensione di "quell'animo futurista" o utopista che serpeggia in qualcuno? 

lunedì 23 gennaio 2012

Anna Cascella Luciani
non ho sorelle
da "La vita negli orli"
in "tutte le poesie 1973-2009"



I

non ho sorelle, mamma, di cui
scrivere di cappotti
sulla neve - una volta t'ho
detto "mi piacerebbe avere
un fratellino" ma non c'era
padre e tu - giustamente -
rimanesti male ma
non dicesti niente - com' era
tuo uso - tuo costume -
né alla bimbetta o ragazzina
poteva essere chiara allora
la ragione (il chiaro era
solo il mare di celeste -
i giochi sotto casa - l'erba
nel prato vuoto della guerra -
il freddo dei geloni e la tua
distanza- io piccola

Giorgio Linguaglossa
Su "Sbarco clandestino"
di Dante Maffia


Dante Maffìa Sbarco clandestino Tracce, Pescara, 2011 

Certo, come ho scritto più volte, più il testo si de-letteralizza (prende le distanze dal reale), più il rapporto col reale diventa problematico, e più la problematicità, che è comunque sempre un fatto stilistico-formale, si dà una risposta che è sempre problemato-logica, e retorico-stilistica. Per contro, più il testo si letteralizza (tende a riprodurre mimeticamente il reale), più la problematicità e la conseguente resa iconica e figurativa, tenderà verso forme di «realismo». Ora, non c’è dubbio che Sbarco clandestino di Dante Maffìa oscilli tra queste due dimensioni della scrittura poetica.

domenica 22 gennaio 2012

SEGNALAZIONE
"Poliscritture"
alla Libreria Odadrek di Milano

Libreria Odradek
Via Principe Eugenio 28
20155 Milano
tel. 02 314948

www.odradek.it




Giovedì 26 gennaio, alle ore 18
Felice Accame introduce un dibattito sul Revisionismo storico 
in occasione della pubblicazione di "Poliscritture" n. 8. Partecipano Ennio Abate e la redazione.

CRITICA
Giorgio Mannacio
Variazioni non canoniche
sulla immortalità della poesia



1.
Oggi che la poesia è diventata per molti oggetto di banalità quotidiane è forse arrivato il tempo di svolgere alcune variazioni di pensiero sulla sua immortalità.
Che la poesia sia immortale è affermazione comune. Essa è più vera e al tempo stesso meno impegnativa e importante di quanto appaia.
Si può iniziare una analisi non canonica di essa dall’osservazione  – senza illusioni – sul destino delle grandi opera di architettura. Al pari delle case dei terremotati, anche le Mura Aureliane si stanno sbriciolando . Il sito archeologico di Pompei conosce altra cenere. Nella prospettiva del tempo storico di lungo periodo, di tali gioielli nulla rimarrà in piedi. Se ipotizziamo – cosa possibile date le nostre enormi capacità tecniche – che essi possano essere ricostruiti “ come se la distruzione non fosse avvenuta “ , è onesto riconoscere che si tratterebbe comunque di “ cose  diverse dall’originale “ , di “ copie o falsi “ .
Identica sorte attende opere mirabili della pittura. Identicamente ipotizzabile, cioè, sia la loro fine sia la loro riproducibilità come “ falso “ in senso proprio ( se la quantità e qualità dei restauri finisce per sostituirsi al dipinto ).
Per tali manifestazioni artistiche dello spirito umano si può dire che l’immortalità è assicurata da una serie più o meno perfetta di falsi.

Luca Ferrieri
Cinque poesie


*
Mia madre aveva l'auto bloccata nel traffico
e io l'attendevo al cancello col cuore in gola.
Per un ragazzo è semplice capire che la vita
cessa: è quando non ha più suono quel grembo.
Mi è capitato anche dopo, nelle corsie,
l'ho vista controluce sul mare che rovesciava
la notte. Appena il medico ha scosso la testa
ho riconosciuto la mano dal finestrino.
La mia infanzia al muro come un quadro
o un'esecuzione. Non ha avuto più asilo.
E la notte mi sveglio pensando: come potrò
portarla al pronto soccorso se è già morta.
Mia madre è stata l'infanzia, la sola vita
vera. Quando aprì il gas la salvarono
quelle due cucciole batuffole, noialtri
eravamo tutti via.

Alda Cicognani
Tre poesie

         
Scegliere un uomo

                          I

scegliere un uomo  come scegliere un uovo
                     lì sullo scaffale in un contenitore
una giornata calda  uova calde  minacciose
così innocentemente bianche  ovoidali
                      con quel dono all’interno
non si pensa al colesterolo nel tuorlo
avvolto nella chiara spessa di opale

è nel cuocere un uovo al tegamino l’atto
il più sensuale di tutta la gastronomia
                      dopo la preparazione dell’ostrica
un attimo per l’ostrica  ma un attimo sacrale

venerdì 20 gennaio 2012

Luigi Cannillo
Sette poesie
da "Cielo Privato"


*
Anni di presunta gloria
lanciati in alto
come berretti in giubilo
quando le cene d'estate spalancavano
le porte generose al vicinato
e poi precipitarsi lustri al varietà
Spinti senza passato
a proseguire il secolo
tempo a cambiali per gli adulti
firmato testa bassa a cancellare
lividi di fatica e frenesie notturne
A noi risparmiavano il racconto
delle adunate le corse nei rifugi
perché le ferite e il cambio di uniformi
la storia accantonata per i grandi
Per me ai confini del silenzio
le gare il teatro in solitaria
eroi di carta e gli ostacoli davanti
Nessuno adesso si permetta
il lusso della nostalgia
bruciano i documenti fra le mani
senza mai consumarsi
Resta la storia il tempo che strattona
e i suoi schiaffi, la pelle
che ne brucia ancora
Questa la nostra corona
il campo di battaglia senza tregua

Francesco Leonetti
Tre
delle "Poesie scelte 1942-2001"



Riassunti mondiali (1994)

1.
I corpi in trincea a buchi / bombardati da velivoli.
E quindi si solleva in su / la crosta terrena stessa.
È lava rossa, espansa; / è movimento come in noi, si esulta.
Ma per bloccare l'impeto / caldo umano sono scaricati
addosso i massi giù / dai mostri meccanici in cielo.
Oh non c'è un bel essere / diabolico fra noi capace
di rispondere ribelle e / battere l' irragione al dominio.

2.
Qui c'è solo la cosa del lavoro e la foia.
Ma stiamo per ore allo schermo mirando.
Le giostre, le sfide, con camere addosso.
Da vedenti. Il caracollante occidentale
attacca coi suoi fendenti a spada corta.
L'altro d'oriente col sandalo pesta fango:
per levare gli schizzi fulminei nella cura
di percezione del dettaglio trasversale
durante i sobbalzi dei passaggi continui.
La stilla infine all'occhio acceca quello ...
Ma non era che un' ombra, una sagoma esposta:
si ripresenta, duplicata presenza, il cavaliere
    dell' occidente e un musulmano è in campo.
Qui si combatte a pezzi per le lunghe notti.
Solo il guardare i grandi ci è concesso.
Ahi mai nessuno muore fra i campioni presto.

3.
Vengono i mali giù dai mostri meccanici in cielo.
Un bell' essere diabolico non c'è più in noi indigeni.


martedì 17 gennaio 2012

Lucio Mayoor Tosi
Area C + Zero orizzontale.


AreaC

Una città che fa scivolare l’acqua per i platani fin dentro i polmoni
come inchiostro. La notte fradicia, le cose vere senza colore.
Come stai?
Ero sola. Laggiù i semafori, qua parcheggiate le auto. Avevo pensieri
qualcuno parlava e parlava. Il cuore in affanno.
Le guance dentro la fotografia, di velluto. La città di grafite. Il cuore
dentro la notte fradicia spenta, sul lettino. Un lenzuolino. Altrove.
Qui le auto, le ombre che balzano sui platani. Tu come stai che la città
è morta non si sa per quale spavento.
In centro hanno messo un pendolo. Uno di sinistra dopo l’altro di destra.
Quasi la stessa faccia. Di grafite e lenzuolino.

Amedeo Anelli
Tre poesie
da "Contrapunctus"

Contrapunctus VIII
                             
                                    Negli occhi di mia madre
Di sopra il tempo camminava sulle travi.
D'inverno la legna di traversa mandava fumo.
Il fuoco crepitava.
Cigolava lo sportellino in ghisa,
mentre guardavi nel fuoco
e tutto era silenzio.

Silenzio era il manto di neve sopra i campi,
silenzio erano gli alberi canditi dal gelo
silenzio era il rumore degli stivali sulla neve.
Silenzio era il fischio del treno,
che si perdeva fra luce e nebbia.
Ma la voce cresceva
cresceva il pungitopo in giardino,
cresceva l'ombra nelle tue spalle,
si alzava la nebbia nella luce.

Giorgio Mannacio
Cinque poesie
da "Dalla periferia dell'impero"


ENTROPIA
Di quel delitto atroce,
di quegli atti meschini e innominabili
solo un ritratto fu testimone
e non ha voce.
Il giudizio del tempo, lento e distratto,
sa mettere d'accordo
vittima ed assassino,
il boia che ride
e il pianto senza ritegno di un bambino.
Infinito disordine si cela
nell'apparente uniformità della polvere,
la sua multiforme, poco indagata origine.
Fu, forse, anche vertigine
di capelli disciolti in giochi e danze
o annodati con fiori, anime strette
in vesti di seta
inseguiti e strappati nelle stanze.
Ora non ha più suono
lo strato grigio, indifferente
e rimane un messaggio mai chiarito,
ultima traccia,
la frase del giudizio e del perdono:
quando ritornerai tra le mie braccia.

sabato 14 gennaio 2012

Francesco Dalessandro
Da "L'osservatorio"
con una nota di Giorgio Linguaglossa



I PARTE – L’OSSERVATORIO

2     
  
Un fiume di luci cangianti dal bianco
al rosso defluente alle sette
serali d’una domenica d’ottobre
in cui gli ultimi spiccioli di questa
estate straordinaria per caldo
e dolore si spendono, dal buio
dell’inversa corsia a chi torna – bava
brillante di lumaca più che corso
di luminarie nella notte (persa
l’ora legale) presto caduta, scia
del giorno assolato in cui sonnecchia pronto
al risveglio improvviso il primo freddo –
un fiume sordo-lento defluisce
e pulsa vita nell’opposto verso
nel giro del ramo che si piega
e divarica dal tronco in minori
affluenti, in un delta di quartieri
periferici o stagna nel traffico;
un fiume che nel cupo defluire
non sai ancora cosa reca se altro
dolore – sia graffio o puntura –,
o l’abbandono di un corpo
all’altro nell’enfasi perfetta
del desiderio (e il riposo che il dopo
amore fa sereno, rende necessario);
o forse l’ansia reca nel ritorno
a casa dove in due si è più soli
che soli, cupa smania il desiderio
ardente non cancella il dolore
ma ne cresce l’angoscia e incresce
al cuore, e più che stella splende
sull’antro famelico e l’affama
diana?
  

Giuseppe Pedota
Dopo il moderno?



Per intensificare il confronto tra il Laboratorio Moltinpoesia e gli amici romani  che hanno cominciato ad intervenire su questo blog,  anticipo stralci consistenti di un saggio di Giuseppe Pedota [Cfr. Nota alla fine]. Rielaborato da appunti sparsi, uscirà presto, per i tipi delle edizioni CFR nella collana di critica curata da Giorgio Linguaglossa. Fu scritto tra il 2005 e il 2010, anno della sua scomparsa. E nelle intenzioni dell’autore doveva contribuire al rilancio della rivista di letteratura «Poiesis», che a Roma tra il 1993 e il 2005 funzionò nella cosiddetta  condizione postmoderna come «una zattera di naufraghi»(Andrej Silkjn). La successiva dissoluzione del gruppo originario (G. Linguaglossa, D. Mafia, G. Stecher, G. Pedota, L. Stace, C. Santese e A. Silkjn) ha impedito la prosecuzione di una riflessione in comune sul tema che Pedota qui affronta: il passaggio dall’epoca dell’impegno, che è durata fino agli anni Settanta del Novecento e teneva  assieme cultura e politica progressista (di sinistra), all’epoca del “disimpegno” o della sfiducia nella necessità o possibilità di un cambiamento della società capitalistica. (Per la precisione «Poiesis» parlava di «Epoca del Tramonto» in un’accezione fortemente heideggeriana).

Leopoldo Attolico
Otto poesie
da "La realtà sofferta del comico"



A SBARBARO E UNGARETTI
Un intero tragitto
Montesacro
-Porta Pia
nel costipato inverecondo "36"
con l'afrore mefìtiço di cipolla
respiratomi in viso da una donna cannone
ho fatto pensieri liberatori molto vicini
ai profumi colorati dei licheni di Camillo.
Non sono stato mai
tanto
attaccato alla vita



APPARIZIONI
Ad alta voce nella platea "IN" del Barberini:
«Ma che caspita, coglionazzo che sei
dare dieci euro alla lucciola
ma chitticredi, Onassis?»
«Stai calma ché se li rnerita!»
Le lucciole sono scomparse.
Lei è l'ultima

giovedì 12 gennaio 2012

Mario Mastrangelo
So' scunusciute



So’ scunusciute ’e ffemmene ca stanno
rint’ ê ccase difronte,
nun se ne sanno ’e ffacce, ’e ggeste, ’e vvoce,
quanno girano svelte
rint’ ê stanze scuiete,
ca stanno llà ’e rimpetto, ma luntane
so’ cchiù d’ ’e scie r’ ’e stelle cumete.

Sulo, a ’e barcune, ’e loro veré lasciano
– simbolo ’e vite addó ’e ccose cchiù ìnteme
so’ nzieme palpitante e priggiuniere –
nu filare ’e mutande culurate
a ’o viento come fossero bandiere.

mercoledì 11 gennaio 2012

Maria Maddalena Monti
La tendina



In alto, nella vecchia casa
piano  piano  sposti la tendina.
Subito ricade
e  la notte precipita ricordi.
Si spegne la luce nella stanza.
Al buio,
appoggiati al legno del portone
due ragazzi - baci ingordi -.
 Nella lotta,
cadono ripari.
 Poi un riso indifferente,
un’unghia che stride sopra il vetro:
“Mettiamoci alla luce..
la vecchia…la guardona
ci vedrà."

Ma era per quel giovane respiro,
per quel dolce fiato caldo
che stacca il gelo delle ossa.

martedì 10 gennaio 2012

Dante Maffia
Cinque
delle "Poesie torinesi"


  
LA DIRIMPETTAIA

Ha il balcone spalancato,
va da un lato all'altro della stanza
(dev'essere forse il salone perché
si vede chiaramente un divano celeste
e una chitarra appesa alla parete di destra).
Ogni tanto qualcuno la chiama
o forse canta a bassa voce: la vedo aprire
e chiudere la bocca come nei film muti.
Penso che se al posto di lei ormai vecchia
(anche se quando la incontro in strada è sempre
elegante e con molto rossetto sulle labbra
e la cipria al punto giusto) ci fosse una ragazza
dai capelli lunghi biondi con le labbra
carnose io starei per ore a godermela. Invece
mi affretto a chiudere per evitare
di diventare un po' lei, d'essere coinvolto
nel ritmo del suo andare e venire per la stanza.

Giorgio Linguaglossa
Due poesie
da "La Belligeranza del Tramonto"


Giocavano a dadi con i meteci

 Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”

Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.

Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.

A quel tempo dall’Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele
e gettarono le ancore.

Io fissavo il loro occhio di vetro…

domenica 8 gennaio 2012

Paolo Pezzaglia
Forse Euridice

Edward Poynter, Orfeo ed Euridice


I

Dal pontile
parte l'ultimo caicco
per l
'isola greca.
Razionalità e prudenza
frenano ogni impulso
mentre il sole declina
tra nuvole sempre più grigie
e la tua bellezza,
pallida amica sera,
è immutabile,
come il malessere
della mia anima divisa,
che il traghetto
potrebbe dividere per sempre.

venerdì 6 gennaio 2012

CRITICA
Leopoldo Attolico - Ennio Abate
Sul giudizio di valore


Cranach, Giudizio di Paride

Riprendo  uno dei commenti alla poesia La grande casa immersa tra gli aranci di Giorgio Linguaglossa [qui], quello di Leopoldo Attolico, che offre uno spunto notevole per affrontare lo spinoso tema di come giudicare una poesia o la poesia di un qualsiasi autore. Gli replico con una nota. Ma spero che sia solo l'avvio di una riflessione a più voci. [E.A.]

Leopoldo Attolico:
 
Tentare un giudizio di "valore" su un singolo testo firmato è impresa non da poco , che si tratti di Calogero , di Ripellino o di Linguaglossa come in questo caso .
Io preferirei sempre pronunciarmi su un testo anonimo perché credo che nel "giudicare" la creatività firmata esista sempre una sudditanza o comunque un condizionamento psicologico - inconfessabile ai più - mediato dai connotati pubblici , privati , o riconoscibilmente "storici" dell'interessato . Non credo che il pubblico e il privato ( l'anonimo ) siano irrilevanti - almeno qui nella nostra italietta dell'esserci e dell'apparire ; quando come sappiamo basta apparire a certi livelli editoriali per essere percepiti come vincenti oggetto di sviolinate , buonismo critico ecc. .
Poniamo che Ennio Abate pubblichi in forma anonima una poesia introducendola con " Propongo un testo di un poeta emergente ". Già quell'"emergente" scatenerebbe le riserve mentali di larga parte dei commentatori e delle conseguenti valutazioni critiche ( dopodiché Ennio ci svela che l'autore è - poniamo - Lucio Piccolo ... ).

giovedì 5 gennaio 2012

Cristina Alziati
Otto poesie da "Come non piangenti"


*
A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura - i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo -
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell' atto tuo, l'altro versante - il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato.

lunedì 2 gennaio 2012

Suggerimento di lettura
per commentatori di blog



Un amico mi ha segnalato il sito di minima Et moralia, che conoscevo di sfuggita. Sono andato a visitarlo e con sorpresa  ho trovato questo intervento di Anna Maria Ortese, di cui copio l'inizio. E' una lettura che suggerisco indistintamente a tutti i commentatori che si affacciano su questo blog. [E.A.] 

Non c’è forse, dopo l’Italia, un altro Paese al mondo dove ciascun abitante abbia come massima ambizione lo scrivere, e ce n’è pochi altri dove quel che ciascuno scrive – pura smania di dilettante o regolarissima professione – scivoli, per così dire, sull’ attenzione dell’ altro, come la pioggia su un vetro. Ma scivola è un’ espressione in]dulgente: inquieta, offende, avvilisce, si vorrebbe dire. Ogni abitante-scrittore se ne sta sul suo manoscritto come il bambino, a tavola, col mento nella sua scodella, sogguardando la scodella, cioè il manoscritto, dell’ altro: e se quello è più colmo, sono occhiatacce, lacrime… si sente parlare del tale, del tal altro che ha pubblicato o sta per pubblicare un nuovo libro. Subito, chi ha questa italianissima passione dello scrivere, o dello scrivere ha fatto il suo mestiere, si precipita a vedere di che si tratta, e in che cosa il rivale si mostri inferiore a quel che se ne dice, o si temi.
Se il sospetto, la paura, si rivelano infondati, è un sollievo tinteggiato di nobile comprensione: «Un buon libro… Hai letto l’ultimo libro di T.? Certo potrebbe far meglio… L’ho sfogliato appena – e me ne dispiace – ma non ho mai il tempo di leggere…». Ed è vero: perché se appena alle prime pagine il rivale appare quel che si desidera – un mediocre – cessato l’ allarme, la sua modesta fatica non interessa più. Quando già alle prime pagine, invece, lo scrittore-lettore si rende conto di trovarsi di frontea un’ autentica novità e forza, il colpo che ne riceve è così brusco che, lì per lì, non riesce a fiatare, e se ne sta zitto e disfatto nel suo angolo. Di continuare non se ne parla, prova una specie di nausea. In un secondo momento, però, scoppia la reazione: si tratta di un’ opera indegna, una vera truffa letteraria, «ma dove andiamoa finire di questo passo… vedrai che a quello gli danno un premio…», e così via. E il premio qualche volta arriva, e allora è un dolore, un lutto generale, e si cominciano a scrivere articoli abilissimi dove si parla perfino del primissimo elzeviro dello studente di Caltagirone, o si elevano entusiastiche lodi all’ingegno di V., che, novantenne, ha ristampato l’intera mole delle sue opere, insipide e pesanti come patate: e solo si tace il nome del vero colpevole, l’ultimo arrivato, che nonè stato al gioco d’infilare le parole l’una dopo l’altra, semplicemente, ma ha «adoperato» la parola, l’ha mortificata mettendola al servizio di alcuni interessi.


[L'intervento completo di Anna Maria Ortese si legge QUI]